Il salice

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Intrecci di uomini e territorio

Una pianta amica dell’uomo


Fra le piante non alimentari che hanno accompagnato l’uomo nella storia, un posto di prestigio lo occupa il salice. Pianta dalle mille risorse: lo incontriamo mentre, con le radici, regge le rive dei fossi, nei cesti, nelle gerle, nei panieri e in altri contenitori, nelle legature delle viti o nelle cataste di legna (vero e proprio spago di campagna), nei cassetti delle persone… si nasconde all’interno dell’ “aspirina” con un estratto della corteccia a base di acido salicidico.

Il salice più conosciuto oggi è il salice piangente “Salix Babilonica o Salix Tristis” ma ne esistono moltissime altre specie e varietà. Basta guardare nei paraggi di una vigna per vedere delle piante che vengono capitozzate in inverno (cioè vengono tagliati tutti i rami e lasciato solo il tronco per ottenere verghe giovani che ricrescono ogni anno).

Anche nella mitologia greca il salice è simboleggiato all’Idra-salice, un mostro delle paludi dalle cento teste che Teseo cercava di tagliare con la spada ma queste tutte le volte ricrescevano senza sosta... Lui risolse la questione con una freccia nel cuore... ma a parte i particolari eroici sia la mitologia che la botanica ci indicano la straordinaria vitalità di questa pianta


E’ un albero dalle mille risorse e dai mille usi che cresce rapidamente e che si riproduce molto facilmente.

Grazie alla sua radice capillare ha la caratteristica di reggere il terreno dove ci sono ristagni o affioramenti di acqua, lungo le sponde di fiumi o laghetti.

Oltre al famoso salice piangiente, ci sono moltre altre varietà che possono essere utilizzate a scopo decorativo o per ottenere ombra in pochi anni.

Ottimo anche l’utilizzo come pianta per fitodepurazioni.

Oggi l’oblio culturale-industriale e l’importazioni di manufatti dall’estero minano il tramando di una serie di saperi, tradizioni e tipicità che rischiano di fermarsi per sempre nelle le mani degli anziani.


Quale nome ha?

In Botanica la grande famiglia di queste piante viene denominata “Salix” seguito dalla specie “Salix purpurea, Salix Alba, Salix Viminalis, Salix Triandra” ecc. Il riconoscimento è piuttosto difficoltoso anche per gli addetti ai lavori per la grande facilità con cui si ibridano fra loro.

Nel linguaggio popolare corrente o arcaio, invece troviamo i nomi a seconda dell’uso che se ne faceva. Tutto quello che si può intrecciare viene chiamato genericamente “Vimini”, “Salcio o vetrice” in toscana, “Venz” in romagna, “Stropel” nel bresciano, “Salgar” nel veneto e così via. Ogni contadino quando parla di queste piante intende una varietà particolare, conviene sempre farsela mostrare, verificarne la flessibilità toccandola e “provandola” per intendersi sui termini.


Quando si taglia?

Ogni contadino ha la sua teoria....

Molti condordano sul fatto di tagliare con la luna calante quando la pianta ha perso tutte le foglie... quindi in gennaio e febbraio.

Alcune varietà perdono le foglie già in dicembre.


Come si secca? Come si ammolla?

Va seccato all’ombra (la luce lede colori e l’elasticità del legno), al coperto e in un luogo possibilmente ventilato. I fasci vanno messi in piedi (sdraiati corrono il pericolo di muffe).

Per renderlo di nuovo flessibile e malleabile basta ammollarlo in acqua (va benissimo una vecchia vasca da bagno) per un tempo che va dai 5 giorni alle 2 settimane a seconda delle varietà.


Con la buccia o senza?

Il salice può essere raccolto anche agli inizi della primavera quando la pianta sta per germogliare. In questo caso la linfa ha ripreso a scorrere fra il legno e la corteccia che si sfila agilmente. Alcuni vecchi dicono che “è in amore” perchè si sveste facilmente.

Un altro metodo, forse meno invasivo per la pianta consiste nel tagliare i salici in febbraio, conservarli verdi e metterle il fascio in un secchio pieno di acqua a marzo. Appena iniziano a spuntare le foglie si possono pelare.

Un altro metodo è bollirlo per circa 1 ora e mezza e sbucciarlo quando è ancora caldo.

Il salice sbucciato richede 2 soli giorni di ammollo ma secca anche altrettanto velocemente.


Come si riproduce?

Il salice è una pianta che si riproduce con una straordinaria semplicità. Nella cellula della corteccia è già contenuta quella delle radici. Basta tagliare una stecca di 50 o 60 cm con uno spessore di un dito (1,5 cm... un dito da contadino) e infilarla nel terreno lasciandone fuori circa 10 cm.

Predilige i terreni sabbiosi o di medio impasto ma di norma si adatta facilmente a tutti i tipi di terreni, basta che ce ci sia acqua, specialmente il primo anno e specie in estate dove le radici non superano i 40 cm.

Si può piantare nello stesso periodo in cui si taglia.

Per mantenere le talee vitali basta depositarle in un luogo all’ombra, umido magari con il piede coperto da terra sabbia e foglie. Attenzione alle gelate e a non far prosciugare l’acqua contenuta nella corteccia.

Con un piccolo appezzamento di terreno (anche 10mx 10m) si possono coltivare i salici disponendoli in fila e ravvicinati fra loro senza bisogno di diserbanti o concimi chimici.

La pianta che si è adattata bene al tipo di terreno dove è stata messa è molto robusta e difficilmente prende gravi malattie.

In montagna o in una zona con forte presenza di caprioli o cervi è meglio “impalcare” la pianta a un metro e mezzo o due di altezza in modo che gli animali non arrivino a mangiare i germogli freschi in primavera.


Perchè recuperare le varietà tradizionali di salici?

In Europa ci sono oltre 300 varietà e 150 specie di salice. Non è una pianta molto longeva: in media dura dai 20 ai 50 anni. Si aggiunga il fatto che si ibrida facilmente.

La domesticazione risolve molti di questi problemi: quando un contadino trovava una pianta che gli piaceva (per colore, flessibilità, portamento ecc.) la domesticava cioè ne portava una talea vicino a casa o iniziava a potare regolarmente la pianta ottenuta.

Il salice cresciuto da una talea sarà una pianta geneticamente identica alla pianta madre. E’ facile supporre che le piante che storicamente i contadini hanno tramandato, scambiato e regalato, sono ottenute da molti anni (a volte secoli) con questo metodo. Ognuna conserva alcune peculiarità in quanto a portamento, adattamento al terreno e al clima, colore, lunghezza e flessibilità. Esse condizionano i cesti: le forme tradizionali dei cesti di una zona “riescono bene” con il salice cresciuto e utilizzato in quella zona e meno con altri...

Come per i frutti antichi l’estinzione non è un processo reversibile... In Italia abbiamo una grandissima varietà di piante commestibili e di “piante utili”, ognuna con le sue sfumature, i suoi gusti, le sue caratteristiche.

Continuare a riprodurle significa conservare il patrimonio genetico e una selezione che dura da generazioni.

La moderna meccanizzazione dei campi richiede spazi ampi ed uniformi, per questo tutte le piante utilizzati come siepi campestri vengono eliminate in quanto sono un intralcio e richiedono un po’ di manodopera. Così si preferisce far franare le sponde dei fiumi e aggiustarle a suon di ruspe e di petrolio piuttosto che mantenere un salice... Scelte piuttosto discutibili come legare le viti con il cordino verde e ritrovarsi dopo qualche anno con il campo pieno di plastica.

Si aggiunga che quello che si trova nei vivai è solo una piccolissima parte delle varietà che si possono trovare facendo un giro per le campagne, chiedendo ai contadini che spesso sono disponibili (e a volte felici) a donare qualche talea perché qualcuno continui la loro interminabile opera.

A volte basta poco terreno, anche un giardino. Perché perderle dunque?


Sculture in campagna, le mani che insegnano agli occhi a vedere

“Da quando intreccio cesti vedo salici dappertuttto... eppure ci sono sempre stati, anche vicino a casa... ma prima non li vedevo...”

Seguono alcune immagini di alberi di salici, un elemento caratteristico del nostro paesaggio (come lo è un cipresso o una quercia) che può essere rivalutato utilizzato e difeso.

Nei dintorni di Correggio... salici e biodiversità

Salice che radica (marzo)

Potatura prima e dopo  (Gennaio luna calante)

Impianto di salice 1° anno inverno

Germoglio talea

Vegetazione primavera

Inverno

Salice ottenuto da una piccola piantagione